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Giuseppe Sangiorgi, Carlo Briguori, Nicola Corvaja,Dejan Orlic, Antonio Colombo
Laboratorio di Emodinamica, Emo Centro Cuore Columbus, Milano
Introduzione
Luso di mezzi di contrasto iodati in procedure diagnostiche ed interventistiche
è notevolmente aumentato negli ultimi 10 anni. Attualmente si ritiene
che ne vengano somministrate circa 60 milioni di dosi allanno nel mondo.
In particolare, circa 1.000.000 di pazienti è sottoposto annualmente
ad un cateterismo cardiaco negli Stati Uniti, e questa procedura è la
seconda più frequente metodica di indagine ffettuata durante un ricovero
ospedaliero1. Nel 2002, in Italia, sono state effettuate 380.000 procedure angiografiche
diagnosiche ed interventistiche, e tale numero aumenta con un tasso di crescita
annuo ell8% (fonti: GISE e MAXIS). E quindi chiaro come vi sia un
numero crescente di pazienti potenzialmente a rischio di sviluppare un danno
nefrotossico da mezzo di contrasto (mdc) quando si sottopone a procedure che
ne richiedono limpiego2-5 (Figura 1). La nefrotossicità da mdc
viene tipicamente definita come un deterioramento della funzione renale caratterizzato
da un aumento della creatininemia di più el 25% o superiore a 0.5 mg/dL
(44 mol/l) rispetto ai valori di base, incremento che si verifica entro 3 giorni
dalla somministrazione di mdc in assenza di fattori causali alternativi. Sebbene
il danno renale indotto al mdc è di solito temporaneo e la creatinina
ritorna a valori di base entro due settimane nel 75% dei casi6, in alcuni pazienti
la nefrotossicità da mdc può presentarsi in forma di insufficienza
renale acuta, con insorgenza di oliguria, entro 24 ore dalla somministrazione,
incremento della creatininemia >5mg/dL e necessità di ricorso alla
dialisi7. Questo lavoro vuole discutere i più recenti studi pubblicati
sullargomento al fine di identificare la reale incidenza, le categorie
a rischio, il significato clinico di un aumento transitorio della creatininemia,
e le eventuali strategie di prevenzione del danno renale legato alla somministrazione
di mdc nel laboratorio di emodinamica.
Il problema
Le stime circa lincidenza della nefropatia da mdc mostrano percentuali
variabili dal 3% in studi diagnostici sino al 14.5% in soggetti sottoposti a
procedure interventistiche8,9. In aggiunta, il 7.7 per 1.000 dei pazienti sottoposti
a procedure che richiedono lutilizzo di mdc richiede un trattamento dialitico
temporaneo o definitivo come conseguenza dello sviluppo di una nefropatia da
mdc8. E bene precisare però che a tal proposito, analizzando i
diversi studi in letteratura risulta evidente come non vi sia un accordo univoco
sulla definizione di nefropatia indotta da mdc, e di conseguenza lincidenza
di nefrotossicità varia in funzione delle diverse definizioni e dei diversi
criteri di selezione dei pazienti, attestandosi al 2% in pazienti senza particolari
fattori di rischio e raggiungendo anche il 100% in pazienti ad alto rischio2.
Lincidenza della nefrotossicità da contrasto appare inoltre chiaramente
sottostimata nella pratica clinica, poichè non è consuetudine
monitorizzare attentamente i parametri renali dopo una procedura e poiché
la dimissione viene effettuata al massimo entro le 48 ore successive allesame.
A ciò si aggiunge il fatto che la misurazione della creatinina è
un parametro relativamente poco sensibile di danno renale in pazienti che non
abbiano già una funzionalità renale alterata. Inoltre, a tuttoggi
non vi è accordo su quale sia il reale potere prognostico di un suo aumento
temporaneo10.
I Pazienti a Rischio
E chiaro come nella pratica clinica sia estremamente importante quando
si parla di nefrotossicità da mdc stratificare prima di tutto le categorie
di soggetti a rischio di sviluppare un danno renale. Una compromissione preesistente
della funzionalità renale, aumenta il rischio di danno nefrotossico di
oltre 20 volte, e tale incidenza aumenta esponenzialmente in relazione ai valori
basali di creatinine sierica. In uno studio effettuato su 439 oggetti sottoposti
a cateterismo diagnostico ed interventistico con creatinina basale superiore
alla norma (>1.8 mg/dL), Gruberg e associati11, hanno osservato un danno
renale (aumento della creatininemia >25% rispetto ai valori di base) nel
37% dei pazienti con una mortalità intraospedaliera del 15% in questi
rispetto al 5% dei pazienti che non avevano sviluppato una nefropatia da mdc.
Inoltre la mortalità ad 1
anno dei pazienti con disfunzione renale pre-esistente è risultata essere
del 45% nei soggetti che hanno avuto necessità di una terapia dialitica,
35% in quelli che hanno sviluppato un danno renale ma senza necessità
di ricorrere alla dialisi, e del 19% in quelli che non hanno sviluppato un danno
renale. Questi dati sono in accordo con un altro studio effettuato da Levy e
coll.12 in cui il rischio di dialisi dopo utilizzo di mdc raggiungeva il 12%
in pazienti con creatinina basale >1.4 mg/dL. Briguori et al13 hanno recentemente
ribadito questo concetto, suggerendo come raramente una nefropatia da contrasto
provoca un peggioramento tale della funzione renale da richiedere dialisi cronica,
a meno che non vi sia unimportante e pre-esistente compromissione della
funzione renale. La presenza di uninsufficienza renale preesistente è
quindi da considerarsi un fattore di rischio indipendente in soggetti sottoposti
a procedure di rivascolarizzazione percutanea coronarica. In particolare, uno
studio ha dimostrato che nonostante un simile successo procedurale, la mortalità
intraospedaliera ed ad 1 anno risultava essere del 6.8% e del 49% rispettivamente
in pazienti con insufficienza renale terminale, 4.2% e 26% in pazienti con insufficienza
renale cronica, 0.9% e 6% in pazienti con funzione renale normale14. Anche la
concomitanza di diabete va valutata con estrema attenzione. Recentemente, in
uno studio di 1826 pazienti consecutivi, McCullogh e coll.8 hanno riportato
unincidenza del 14.5% di insufficienza renale acuta (IRA) e di 0.77% di
insufficienza renale acuta che ha richiesto trattamento dialitico (IRAD) dopo
procedure interventistiche coronariche. Nella sottopopolazione diabetica lincidenza
di IRA aumentava al 19.5% e quella di IRAD al 2.0%. Lassociazione di una
funzionalità renale già compromessa e diabete è in assoluto
quella da considerarsi a maggior rischio. Le ragioni sono probabilmente legate
alla maggiore propensione a disturbi metabolici che possono scatenare una trombosi,
emorragie, disturbi elettrolitici, o restenosi accelerata associati sia allinsufficienza
renale che al diabete; differenze nel substrato vascolare che alterino la risposta
al trattamento, od infine perché questa associazione sia correlata ad
un quadro clinico più severo (presenza di insufficienza ventricolare
sinistra, malattia vascolare periferica, ipotensione o ipovolemia) con una prognosi
più sfavorevole. In questo contesto, un recente studio dei colleghi della
Mayo Clinic15 ha definitivamente dimostrato come soggetti con funzionalità
renale alterata e diabete abbiano una prognosi a breve e lungo termine peggiore
di pazienti affetti da diabete ma con funzionalità renale normale. In
questo studio, condotto su 7.586 pazienti sottoposti ad angiografia coronarica,
lincidenza di IRA nella popolazione generale era del 2.0%. Nei pazienti
con creatinina inferiore a 2.0 mg/dL il rischio di sviluppare IR era maggiore
nei diabetici rispetto ai non diabetici (4.5% vs. 1.9%, p<0.001). Prendendo
però in considerazione i pazienti con creatinina >3.0 mg/dL il rischio
era notevolmente aumentato in tutti e soprattutto nei diabetici (30.6% nel totale
dei pazienti, 27.45% nei non diabetici, 33.9% nei diabetici, p=0.4). In aggiunta,
lo sviluppo di IR correlava significativamente con una prognosi infausta sia
durante che dopo lospedalizzazione (22.0% dei pazienti con IR vs. 1.4%
dei pazienti senza IR durante
lospedalizzazione), con un tasso di mortalità stimato al 12.1% ad 1 anno e al 44.6% a 5 anni nei soggetti con IR rispetto al 3.7% ad 1 anno e 14.5% a 5 anni nei soggetti senza IR. Altri fattori di rischio legati al paziente includono la disidratazione, letà avanzata (superiore a 70 anni, anche se alcuni studi suggeriscono un rischio maggiore dopo i 50 anni), lo scompenso cardiaco congestizio, la storia di un precedente episodio nefrotossico indotto da mdc e la somministrazione contemporanea di farmaci nefrotossici quali ad esempio farmaci antinfiammatori non steroidei o aminoglicosidi16.
La scelta del mezzo di
contrasto
I principali fattori di rischio legati al mezzo di contrasto comprendono la
dose15,17, losmolalità18, una somministrazione entro le 48 ore
precedenti, e la via di somministrazione, essendo la via intrarteriosa
considerata a maggior rischio rispetto a quella venosa 19. Unampia casistica
ha dimostrato come non vi sia danno renale quando la dose iniettata non superi
i 100 ml. In generale comunque, in pazienti con
funzione renale normale non si dovrebbe superare la dose di 400 ml alla concentrazione
di 300 mg/I/ml, ed in quelli con modesta riduzione della funzionalità
renale non si dovrebbero somministrare più di 150 ml20. Ciò non
significa peraltro che vi sia un cut-off preciso in termini di dose tra ciò
che è possibile iniettare senza alcun rischio e ciò che verosimilmente
provocherà un danno renale. Per quanto riguarda il tipo di mdc da utilizzare,
vi è oggi comune accordo nellaffermare che il rischio di nefrotossicità
e cardiotossicità sia minore con monomeri non ionici a bassa osmolalità
(LOCM) rispetto a quelli ionici ad alta osmolalità (HOCM)21,22. Evidenze
in vitro suggeriscono che i mdc non ionici danneggino meno il rivestimento endoteliale
vasale rispetto ai mdc ionici, essendo minore lo spostamento osmotico tra linterstizio
e la vascolatura23. In aggiunta, contrasti HOCM inducono una marcata degranulazione
piastrinica con rilascio di proteine procoaugulanti quali P-selectina, PDGF
e serotonina24. Vi è inoltre da considerare che unalta osmolalità,
legata ad un contenuto di sodio maggiore di quella del plasma, possa diminuire
la contrattilità cardiaca e provocare potenzialmente unischemia
miocardica. Da tutti questi aspetti si capisce come contrasti LOCM abbiano effetti
emodinamici ed elettrofisiologici molto meno pronunciati rispetto a contrasti
HOCM 25-27 e studi disegnati per valutare limpatto dei diversi tipi
di contrasto sulla prognosi di pazienti sottoposti a cateterismo cardiaco hanno
dimostrato una superiorità dei LOCM rispetto agli HOCM 28,29. Fino ad
oggi non sono emerse evidenze assolute in merito al
confronto tra monomeri (LOCM) e dimeri (IOCM) non ionici 21,22. Se teoricamente
con lutilizzo di dimeri si dovrebbe ridurre la natriuresi e quindi la
diuresi osmotica con conseguente minore incremento delle resistenze vascolari
renali (effetto teoricamente aumentato anche dalla minore liberazione di endotelina
ed adenosina con conseguente minore vasocostrizione e minore riduzione del volume
di filtrazione
glomerulare causata dal dimero16,18), daltra parte la somministrazione
del dimero può determinare un aumento della viscosità plasmatica
ed urinaria30 con conseguente ischemia relativa legata ad un rallentamento della
microcircolazione renale ed aumento delle resistenze vascolari renali. Molto
recentemente, Aspelin e coll. hanno presentato i dati dello studio randomizzato
head-to-head NEPHRIC (Nephrotoxicity in High Risk Patients Study of Iso- Osmolar
And Low-Osmolar Non- Ionic Contrast Media)31 in cui è stato comparato
il rischio nefrotossico in pazienti diabetici con creatinina tra 1.5 e 3.5 mg/dl
sottoposti ad angiografia coronarica e/o periferica utilizzando un dimero non-ionico
isoosmolare, iodixanolo (IOCM), contro un monomero non-ionico a bassa osmolarità
(LOCM). Lendpoint primario valutato è stato il picco di aumento
della creatinina sierica entro le 72 ore successive alla proedura, risultato
significativamente minore nel gruppo IOCM rispetto al gruppo LOCM (0.13 mg/dL
vs. 0.55mg/dL, p<0.001) con un aumento della creatinina >0.5 mg/dL (il
parametro oggi comunemente accettata per definire una nefropatia da mdc) nel
3% dei pazienti trattati con iodixanolo rispetto al 26% dei soggetti con
LOCM (p<0.002). Inoltre, il numero di eventi avversi cardiovascolari e renali
legati allutilizzo del mdc è risultato essere dello 0% nel gruppo
IOCM rispetto al 14.7% nel gruppo LOCM (Figura 2). Per quanto riguarda il profilo
di safety cardiaca del mezzo di contrasto, le evidenze prodotte in letteratura
sono altrettanto interessanti, malgrado talvolta controverse. Lo studio COURT
ha comparato lincidenza di MACE in 815 pazienti ad alto rischio (angina
instabile, IMA o angina post-IMA) sottoposti ad angioplastica coronarica33 e
randomizzato al trattamento con IOCM o ioxaglato. Nel gruppo IOCM, lendpoint
composito di morte, TVR, stroke, è stato osservato nel 5.4% dei casi
rispetto al 9.5% per il gruppo ioxaglato (p<.002). Daltro canto, lo
studio VIP34 non ha confermato differenze statisticamente significative nellincidenza
di MACE, malgrado nel gruppo studiato con ioxaglato (HOCM) si sia osservato
una minore incidenza di reazioni di ipersensibilità con iodixanolo (IOCM)
rispetto a ioxaglato (HOCM) non ha mostrato differenze nellincidenza di
MACE tra i due mezzi di contrasto. Le differenze osservate in questi due trial
possono essere però legate al fatto che nello studio COURT si siano specificatamente
inclusi solo pazienti ad alto rischio.
E possibile una
prevenzione?
Diversi approcci sono stati valutati per prevenire la nefropatia da mdc. Di
questi, lidratazione con soluzione fisiologica prima e dopo della procedura
sembra essere sicuramente il più efficace e semplice16,20. Uno studio
recente di 1620 pazienti sottoposti ad angioplastica coronarica ha suggerito
come un idratazione isotonica con soluzione salina 0.9% è significativamente
superiore alla idratazione tradizionale35. Sebbene sia possibile ridurre la
concentrazione di mdc nel plasma con trattamento emodialitico, una seduta dialitica
profilattica non sembra portare un beneficio protettivo nei confronti del danno
renale36. Inoltre, il trattamento con diuretici, quali furosemide o mannitolo,
non ha unefficacia provata ed il loro uso routinario non è quindi
raccomandato 4,37. Lattivazione dei recettori dopaminergici DA-1 renali,
sebbene aumenti il flusso renale, paradossalmente aumenta lincidenza di
eventi nefrotossici esacerbando lischemia della midollare per un probabile
effetto di redistribuzione del flusso ematico renale. I risultati dello studio
CONTRAST (Corlopam versus Placebo Infusion to Obviate Contrast Nephropathy after
Angioplasty38) che ha randomizzato 300 pazienti al trattamento con fenoldopam
o placebo hanno mostrato unincidenza dellendpoint primario (aumento
della creatinina sierica > 25% tra il valore basale e 96 ore dopo la procedura)
nel 30.5% dei soggetti trattati con fenoldopam39. Recentemente, notevole interesse
hanno destato i risultati dello studio di Tepel et al.40 per la capacità
della Nacetilcisteina di prevenire il danno renale indotto dalla somministrazione
di un monomero non ionico. Le linee guida ESUR raccomandano quindi la somministrazione
di 600 mg di N-acetilcisteina in 4 volte, 2 il giorno precedente e 2 il giorno
dellesame. Purtroppo, studi recentis - simamente conclusi3,41,42 non
hanno confermato lefficacia del farmaco ed altri dati sono necessari per
poter trarre delle conclusioni definitive.
La pratica clinica
La nefrotossicità da mdc appare un problema sottostimato nella pratica
clinica. Un paziente che si presenti nel laboratorio di emodinamica con malattia
aterosclerotica coronarica e disfunzione renale ha già due importanti
fattori di rischio per una prognosi sfavorevole. La
nefrotossicità acuta legata allutilizzo del mdc può rappresentare
un terzo, non meno importante fattore che può portare allo sviluppo di
uninsufficienza renale acuta, spesso irreversibile e probabilmente scarsamente
modificabile. Prevenire il danno renale da mdc è possibile. Innanzitutto
dovrebbe essere sempre effettuato un ottimale inquadramento del paziente a rischio,
in termini di determinazione sistematica e standardizzata dei parametri di funzionalità
renale44, in termini di età, eventuale concomitanza di diabete o scompenso
cardiaco congestizio, di terapie concomitanti nefrotossiche (FANS, citostatici,
aminoglicosidi, etc.). Quanto sopra diventa chiaramente difficilmente attuabile
in situazioni di urgenza, (ad es. pazienti con sindromi coronariche acute),
nei quali si rende necessario un cateterismo cardiaco
tempestivo, spesso seguito da una procedura interventistica. In tali condizioni
peraltro, il rischio di provocare un danno da mdc aumenta notevolmente per le
abbondanti dosi utilizzate, attestandosi intorno a volumi medi di 250-400 ml
ma superando, in molte situazioni, le soglie raccomandate dalle linee guida
ESUR 7,16. Anche il periodo di osservazione post-procedurale può rappresentare
un ulteriore fattore
critico nellottimale management della nefrotossicità da contrasto.
Solitamente, infatti, la dimissione ospedaliera avviene 24-48 ore dallesame.
Gli studi clinici dimostrano chiaramente che eventuali fenomeni di nefrotossicità
si verificano nelle 72 ore successive alla sommi-nistrazione del mdc, quando
cioè il paziente non è più sotto il controllo medico. Daltro
canto, sebbene levidenza sperimentale non sia concorde,
lattuazione di protocolli preventivi mediante somministrazione di N-acetilcisteina
o fenoldopam, resta di estrema difficoltà nella pratica routinaria in
un centro ad alto volume di interventi. Lutilizzo in questi casi di un
mezzo di contrasto isosmolare può rappresentare nelle categorie di pazienti
a rischio una possibile arma a vantaggio dellemodinamista per diminuire
il rischio di nefrotossicità.
Conclusioni
Prima di effettuare un esame diagnostico e/o interventistico è necessario
valutare clinicamente il paziente e stabilire le eventuali misure preventive
atte a ridurre il rischio di una prognosi sfavorevole legata allo sviluppo di
uninsufficienza renale da mdc. Come suggerito dalle Gesta Romanorum quidquid
agis, prudenter agas, et repice finem qualunque cosa facciamo,
che sia dettata dalla prudenza e dallobiettivo che ci proponiamo.
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